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Per ogni dollaro investito in favore della natura ce ne sono 30 che la distruggono
Il rapporto Unep mostra che la finanza globale sta mobilitando molto di più per attività dannose agli ecosistemi, sussidi fossili e capitali privati ostacolano la transizione. Riorientarli può colmare il gap finanziario. 29/01/26
La finanza globale continua a muoversi nella direzione opposta rispetto agli obiettivi climatici e di tutela degli ecosistemi. A certificarlo è il nuovo rapporto State of finance for nature 2026 dell'Unep, dal titolo Nature in the red: powering the trillion dollar nature transition economy, che fotografa con chiarezza lo squilibrio tra i capitali che alimentano la distruzione della natura e quelli destinati alle soluzioni basate sulla natura (Nature-based solutions, NbS).
Il dato di fondo è netto: per ogni dollaro investito nella protezione della natura, 30 vengono spesi per danneggiarla. Solo nel 2023 ben 7.300 miliardi di dollari sono confluiti in attività ad alto impatto ambientale, dai sussidi ai combustibili fossili ad altri investimenti che coinvolgono l’industria e i materiali utilizzati dal sistema economico.
Flussi finanziari: la differenza tra pubblico e privato
Tra i 7.300 miliardi di dollari destinati ad attività dannose al capitale naturale, i sussidi pubblici concessi dai governi pesano per 2.400 miliardi. Quasi la metà di queste risorse, il 47%, confluisce nei combustibili fossili, poi troviamo l’agricoltura e l’uso dell’acqua. “In Europa e negli Stati Uniti, negli ultimi anni, i governi hanno aumentato i sussidi al settore fossile con la dichiarata intenzione di proteggere famiglie e imprese dagli shock legati all’aumento dei prezzi dell’energia – si legge nello studio -. Tuttavia, anche se alcune misure emergenziali sono state ridimensionate, il livello complessivo dei sussidi resta più che doppio rispetto al 2020, in aperta contraddizione con gli impegni internazionali che ne prevedono la graduale eliminazione”.
Ancora più consistenti sono i flussi di capitale privato, che hanno raggiunto i 4.900 miliardi di dollari, con le attività portate avanti dalle “utilities” (aziende che forniscono servizi essenziali e di pubblica utilità) che guidano la classifica con 1.580 miliardi di dollari. Di questi, gran parte sono da imputare, ancora una volta, alla generazione e alla distribuzione di elettricità da fonti fossili e ai servizi per la rete del gas naturale liquefatto. Seguono l’industria, con 1.380 miliardi di dollari, e il settore dei materiali, che sfiora i 700 miliardi (includendo edilizia, metalli, estrazione mineraria e industria chimica).
Il confronto con quanto oggi viene effettivamente destinato alle NbS è impietoso. Nel 2023, solo 220,4 miliardi di dollari hanno sostenuto interventi di questo tipo e il contributo del capitale privato si è fermato a 23,4 miliardi. Per centrare gli obiettivi globali su biodiversità, clima e ripristino degli ecosistemi, gli investimenti dovrebbero aumentare di due volte e mezzo, raggiungendo i 571 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Una cifra che equivale ad appena lo 0,5% del Pil mondiale.

Le priorità d’intervento
Per colmare questo divario, il Rapporto propone un nuovo approccio operativo, sintetizzato nella “Nature transition X-curve”, pensata per guidare governi e imprese nell’eliminazione graduale di sussidi e investimenti dannosi. L’analisi mostra come il reindirizzamento anche di una minima parte dei flussi oggi nocivi potrebbe colmare il gap finanziario e sbloccare un’economia di “transizione per la natura” dal valore di mille miliardi di dollari.
Il primo nodo da sciogliere riguarda la riforma dei sussidi dannosi per l’ambiente e l’allineamento dei bilanci pubblici agli obiettivi della Convenzione di Rio, superando la contraddizione tra impegni internazionali e politiche fiscali che continuano a incentivare attività distruttive. A questo si affianca la necessità di rafforzare in modo significativo gli investimenti pubblici nelle soluzioni basate sulla natura, soprattutto laddove si tratta di beni pubblici e servizi ecosistemici che il mercato tende a sottovalutare o ignorare.
Un ruolo centrale spetta poi alla regolamentazione e agli incentivi governativi. In questa direzione, l’Unep sottolinea l’importanza di rendere obbligatoria la comunicazione dei rischi e degli impatti legati alla natura, così da rendere visibili i costi delle esternalità negative, fino a ora generati dal sistema economico ma scaricati sulle spalle della collettività.
Infine, il Rapporto sottolinea che occorre ampliare la finanza mista a sostegno delle attività sostenibili e rafforzare gli strumenti di riduzione del rischio.
Copertina: GettyImages/Unsplash
