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L’economia della cura entra nell’agenda Onu: può valere fino al 39% del Pil
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che riconosce il ruolo dell’economia della cura nello sviluppo sostenibile. Un’attività che potrebbe generare 300 milioni di posti di lavoro entro il 2035. 28/01/26
Una delle più grandi disuguaglianze economiche, sociali e di genere a livello globale resta il mancato riconoscimento del lavoro di cura. Lo dichiara Focsiv, la più grande federazione italiana di organizzazioni di volontariato e cooperazione internazionale di ispirazione cristiana, in un articolo dedicato alla recente risoluzione Onu sul tema. Prendersi cura dei più fragili, sottolinea la federazione, è un’attività essenziale per il benessere umano, per la coesione sociale e per la sostenibilità delle comunità. Si tratta di un lavoro che sostiene quotidianamente la riproduzione della vita, dall’infanzia alla vecchiaia, dalla disabilità alla non autosufficienza, ma che continua a essere svolto in larga parte dalle donne e a rimanere invisibile nei sistemi economici e statistici. Il rischio, sottolineato anche da molte organizzazioni della società civile, è che il tema della cura venga affrontato solo come problema di produttività e occupazione, senza riconoscerne pienamente la dimensione relazionale, sociale e di diritto umano.
Il voto dell’Onu: la cura entra nell’agenda globale
Con 160 voti favorevoli e soltanto due contrari (Stati Uniti e Argentina), l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione sul “Contributo dell’economia dell’assistenza allo sviluppo sostenibile”, sancendo per la prima volta in modo esplicito che la cura rappresenta un pilastro strutturale delle politiche di sviluppo. Il testo, promosso da un ampio gruppo di Paesi e sostenuto da gran parte della comunità internazionale, riconosce che il lavoro di cura, retribuito e non retribuito, è una condizione necessaria per il funzionamento dell’intero sistema economico e per la tenuta delle società. La risoluzione inserisce il tema nel quadro dell’Agenda 2030, collegandolo direttamente agli Obiettivi di sviluppo sostenibile su povertà, salute, istruzione, uguaglianza di genere e lavoro dignitoso.
Fino al 39% del Pil: il peso invisibile dell’economia della cura
Uno dei dati più significativi contenuti nel documento riguarda la dimensione economica del lavoro di cura non retribuito. Se valorizzato al salario minimo orario, rappresenterebbe tra il 10% e il 39% del Pil, una quota che in molti Paesi supera quella di interi settori produttivi tradizionali come manifattura, commercio e trasporti. Questo significa che una parte enorme della ricchezza reale prodotta dalle società non entra nei circuiti ufficiali di riconoscimento, protezione e redistribuzione. La risoluzione sottolinea come questa invisibilità contribuisca a rafforzare disuguaglianze di genere, povertà femminile e precarietà lavorativa, soprattutto nei contesti dove i servizi pubblici sono carenti e la cura ricade quasi esclusivamente sulle famiglie.
Investire nella cura conviene: occupazione, Pil e coesione sociale
Il testo approvato dall’Onu invita gli Stati ad adottare politiche strutturali che puntino non solo a riconoscere il lavoro di cura, ma anche a ridurlo, redistribuirlo e valorizzarlo attraverso servizi pubblici, infrastrutture sociali, protezione sociale universale e congedi parentali equamente distribuiti tra uomini e donne. Secondo le stime delle Nazioni Unite, investimenti in questo settore potrebbero generare quasi 300 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2035, aumentare l’occupazione globale di oltre sei punti percentuale e ridurre in modo significativo il divario di genere nel mercato del lavoro. L’economia della cura viene così indicata come una delle leve più potenti per coniugare crescita economica, coesione sociale e sostenibilità, dimostrando che la lotta alle disuguaglianze non è un costo, ma un investimento strategico per il futuro delle società.
