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Fondo sociale europeo: il 60% degli investimenti passa dalle città
Dal Patto di Barcellona ai progetti per persone con disabilità, migranti e comunità rom: per Eurocities le città sono il luogo dove investire e il laboratorio in cui l'Europa sociale prende forma.
Le città europee sono attraversate da confini invisibili che dividono i quartieri. Bastano poche fermate di autobus perché cambino il tasso di occupazione, la qualità dei servizi, le opportunità educative, la presenza di spazi pubblici e il rischio di povertà. È da questa convinzione che parte l'appello di Eurocities, la rete delle principali città europee, rivolto alle istituzioni dell'Unione: mantenere robusto il Fondo sociale europeo Plus (FSE+), affinché continui a finanziare inclusione sociale, occupazione e servizi di prossimità. Una richiesta basata su un dato spesso poco conosciuto: le città sono destinatarie di oltre il 60% degli investimenti pubblici in infrastrutture e servizi sociali. Secondo Eurocities, se le amministrazioni locali rappresentano il principale investitore sociale pubblico in Europa, dovrebbero avere anche un ruolo centrale nella progettazione delle politiche europee.
I Comuni in prima linea
Per capire cosa significa concretamente investire nel sociale basta guardare a quanto accaduto durante la pandemia. Mentre aumentavano disoccupazione, povertà e isolamento, molte città europee hanno ampliato i servizi sanitari territoriali, organizzato la consegna di alimenti alle famiglie più fragili e agli anziani soli, aperto strutture temporanee per le persone senza dimora e per le donne vittime di violenza, distribuito computer e tablet agli studenti privi di strumenti digitali e avviato corsi di riqualificazione professionale per aiutare chi aveva perso il lavoro a trovare nuove opportunità nei settori che continuavano ad assumere, come sanità e istruzione. A Barcellona, ad esempio, la ripartenza è stata costruita attraverso il Pact for Barcelona, un accordo che ha coinvolto amministrazione comunale, imprese, università, organizzazioni sociali e cittadini per definire insieme le priorità economiche e sociali della città dopo l'emergenza. Barcellona dimostra quanto gli investimenti possono rendere le comunità più resilienti.
L'inclusione si costruisce un quartiere alla volta
La stessa logica emerge dal Rapporto dedicato alle politiche per la disabilità. Le città non si limitano a erogare servizi, ma sperimentano nuovi modelli di partecipazione. A Utrecht, il piano cittadino per l'inclusione è stato progettato coinvolgendo direttamente oltre cento persone con disabilità, associazioni e funzionari pubblici, seguendo il principio Nothing about us without us: nessuna decisione sulle persone con disabilità viene presa senza il loro coinvolgimento. A Vienna, invece, gli utenti dei servizi sociali eleggono un organismo consultivo che dialoga stabilmente con l'amministrazione sulle politiche dedicate all'inclusione. Durante la pandemia, città come Milano, Göteborg e Lipsia hanno adattato informazioni sanitarie e servizi pubblici per renderli accessibili anche alle persone con disabilità. Anche sul fronte dell'occupazione le esperienze raccolte da Eurocities mostrano approcci innovativi. Berlino ha sviluppato imprese dedicate all'inserimento lavorativo delle persone con disabilità come ponte verso il mercato del lavoro ordinario, mentre Bologna ha investito nella formazione dei dirigenti comunali e nell'accompagnamento dei dipendenti con disabilità per rendere gli ambienti di lavoro più inclusivi.
Povertà, non esistono soluzioni uguali per tutti
È il documento dedicato all'inclusione delle comunità rom a spiegare meglio perché le città chiedono un ruolo più forte nella futura politica sociale europea. Secondo Eurocities, molte strategie elaborate a livello nazionale hanno prodotto risultati limitati proprio perché non tenevano conto delle profonde differenze esistenti tra un territorio e l'altro. Le esigenze di una famiglia rom che vive in una periferia di una grande città dell'Europa occidentale possono essere molto diverse da quelle di una comunità presente in un'altra area urbana. Per questo le amministrazioni locali chiedono di poter costruire interventi integrati che mettano insieme casa, scuola, lavoro, salute e servizi sociali, adattandoli alle caratteristiche dei singoli quartieri invece di applicare modelli standard. Lo stesso approccio, osserva la rete, vale anche per migranti, rifugiati, anziani, giovani a rischio di esclusione e persone con disabilità: le vulnerabilità cambiano da città a città e richiedono risposte costruite insieme alle comunità locali.
Sostegno all'Europa sociale
Da queste esperienze nasce la richiesta di preservare il ruolo del FSE+ nella prossima programmazione europea. Le città chiedono che continui a sostenere i percorsi di inserimento lavorativo, il contrasto alla povertà, la formazione, l'inclusione delle persone con disabilità, l'integrazione di migranti e rifugiati, i servizi per l'infanzia e il supporto alle persone più vulnerabili, garantendo al tempo stesso un accesso più diretto e flessibile alle risorse europee. Per Eurocities, se l'obiettivo è ridurre le disuguaglianze e rafforzare la coesione sociale, le città non possono essere considerate soltanto i luoghi dove le politiche vengono attuate. Sono il luogo dove quelle politiche vengono messe alla prova ogni giorno. Se più del 60% degli investimenti pubblici in infrastrutture e servizi sociali passa dalle amministrazioni locali, è da lì che dovrebbe partire il futuro dell'Europa sociale.
