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Educazione sessuo-affettiva a scuola, una lacuna che l’Italia non ha ancora colmato
WeWorld: solo quattro giovani su cento dichiarano di ricevere le principali informazioni su questi temi a scuola. Richiedere il consenso scritto rischia di trasformare l'educazione sessuo-affettiva in un privilegio anziché in un diritto.
Chi ha figli in età scolare molto probabilmente si troverà quest’anno a fare i conti con la nuova direttiva del Ministero dell'Istruzione e del Merito che ha formalizzato l'obbligo del consenso scritto delle famiglie per qualsiasi attività scolastica che tocchi sessualità, affettività o identità di genere. Più specificatamente, il disegno di legge approvato in via definitiva a inizio 2026 vieta qualsiasi attività specifica su sessualità e affettività nelle scuole dell'infanzia e primarie, subordinando ogni attività alle medie e alle superiori - anche extracurricolare - a un'informativa dettagliata e a un consenso preventivo scritto delle famiglie, con percorso alternativo garantito per chi non acconsente.
Tale provvedimento si inserisce in un dibattito pubblico che nel nostro Paese si è sempre configurato molto controverso, dai toni aspri, che spesso ha spostato il tema sul piano ideologico, anziché riconoscere che esiste un impianto costruito su evidenze scientifiche e diritti riconosciuti a livello internazionale.
“Un percorso scientificamente fondato, progressivo per età, che riguarda il corpo, le relazioni, il consenso, la salute, le emozioni, costruito per allenare competenze pratiche, come riconoscere un confine, negoziare, chiedere aiuto, comunicare un rifiuto, più che per trasmettere sole nozioni biologiche”. È questa la definizione che infatti dà l’Unesco, insieme ad altre agenzie Onu, dell’educazione sessuale, affettiva e relazionale. Non si tratta quindi di un invito precoce all’attività sessuale, bensì consiste nel preparare le e gli adolescenti a sviluppare competenze relazionali, una maggiore consapevolezza del proprio corpo e i limiti da non superare per il rispetto di sé e degli altri.
L'Italia è uno dei pochi Paesi europei, insieme a Bulgaria, Romania, Polonia, Lituania e Ungheria, a non prevedere percorsi obbligatori di educazione sessuale, affettiva e relazionale nelle scuole e “richiedere il consenso scritto rischia di trasformare l'educazione sessuale e affettiva in un privilegio anziché nel diritto che dovrebbe essere, perché chi vive in famiglie consapevoli e informate potrà accedervi, mentre chi cresce in contesti più rigidi o meno alfabetizzati rischia di restarne escluso proprio quando ne avrebbe più bisogno” – denuncia WeWorld.
Da una ricerca condotta dalla ong, emerge infatti che solo quattro giovani su cento dichiarano di ricevere le principali informazioni su questi temi a scuola, mentre quasi la metà si informa principalmente su internet, un canale che espone a contenuti non sempre affidabili e alimenta miti diffusi. Il dato più importante riguarda il consenso: il 95% sa definirlo correttamente come accordo libero e reciproco, ma più di un'adolescente su sette pensa che possa essere "implicito" in una relazione, e quasi il 12% non considera violenza la menzogna sull'uso del preservativo.
La norma è stata concepita con l’obiettivo di ridare centralità educativa alla famiglia su questi aspetti, ma molto spesso gli adulti finiscono per chiudere subito una discussione scomoda o imbarazzante, rimandando il tema “al momento giusto”.
Al contrario, la scuola si configura come lo spazio per eccellenza del confronto, uno spazio sicuro in cui - a prescindere dalla famiglia in cui sono nati, dal quartiere in cui vivono, dalle risorse a cui hanno accesso - tutti i ragazzi e le ragazze possono imparare a riconoscere e rispettare i propri confini, comprendere emozioni e relazioni, parlare di consenso e rispetto, sviluppare consapevolezza e autonomia, costruire relazioni sane e non violente.
